Da F@rete.Sintesi degli interventiInclusione sociale e sicurezzaRita Andrenacci Direttore Ufficio Esecuzione Penale Esterna PRAP Lazio
In sintesi la vision dell’EPE definisce l’azione degli assistenti sociali penitenziari orientata verso la costruzione di un’idea di sicurezza che faccia riferimento all’inclusione e all’integrazione sociale, non solo al contenimento e al controllo. In tal senso oggi in modo particolare gli Uffici di esecuzione penale esterna ed i servizi sociali e sanitari del territorio non possono non tenere conto della domanda di sicurezza e della grande percezione di insicurezza dei cittadini, che rischia di trasformare i problemi sociali in problemi di ordine pubblico. Il sistema dei servizi sociali e sanitari ed il sistema dell’esecuzione penale esterna debbono confrontarsi con questo, cercando anche di comprendere e quindi di contestualizzare la richiesta di più sicurezza (più forze dell’ordine) ed il tentativo di rendere residuale e priva di senso la «sicurezza sociale» (assicurata dai servizi). (Manoukian 2008). Si farà quindi riferimento sia al contesto organizzativo dell’esecuzione penale esterna che ai risultati della ricerca “Il fenomeno del reinserimento sociale e della recidiva dei soggetti in esecuzione penale esterna con particolare riferimento ai tossicodipendenti“. Questa ricerca è scaturita da specifiche esigenze operative di comprensione, degli effetti dell’affidamento in prova al servizio sociale, e di miglioramento dell’intervento del servizio sociale. Lo studio è stato condotto da uno staff di ricerca misto (operatori e ricercatori universitari), al fine di non perdere di vista le finalità operative e di procedere ad un approfondimento condiviso e partecipato, cercando di coniugare la conoscenza scientifica con la prassi.
L’efficacia delle misure alternativeFabrizio Leonardi La questione dell’efficacia delle misure alternative alla detenzione si pone quando un fatto di cronaca viene usato quale esempio negativo rispetto al successo di tali misure. Per determinare l’efficacia delle misure alternative, invece, non ci si può limitare ad un singolo episodio, occorre individuare alcuni indicatori: elementi di valutazione si posso trovare nel numero di provvedimenti revocati in un determinato periodo oppure, per misurare il grado di successo dell’attività rieducativa, può essere utile l’esame della recidiva. I motivi di revoca indicativi del fallimento della finalità riabilitativa della misura alternativa (la tenuta di una condotta che viola i vincoli prescritti, l’irreperibilità dell’affidato e la commissione di reati durante la misura), tra il 1990 e il 2010 sono risultati inferiori al 5% annuo. Un’indagine condotta dalla Direzione Generale dell’esecuzione penale esterna tra coloro che avevano terminato l’affidamento in prova al servizio sociale nel 1998 ha rilevato un tasso di recidiva pari al 19%, mentre analoghe ricerche condotte sulla popolazione detenuta hanno evidenziato valori superiori di oltre tre volte. Scontare la pena in misura alternativa sembra ridurre il rischio di recidiva rispetto alla detenzione: le misure alternative interrompono gli effetti negativi prodotti dal sistema detentivo e facilitano percorsi di reinserimento attivo nel tessuto sociale. La propensione a commettere nuovi reati, se correlata alla dipendenza da sostanze, mostra risultati simili tra gli affidati in trattamento terapeutico e gli affidati tossicodipendenti che sono stati ammessi alla misura ordinaria. Tra i non tossicodipendenti, la recidiva scende sotto al 16%. Il rischio maggiore di commettere nuovi reati sembra presentarsi nei primi tre anni successivi alla conclusione dell’affidamento. Pur considerando la dimensione individuale del tossicodipendente, è evidente l’importanza della disponibilità di reti sociali pronte a sostenere l’affidato.
Leonardi F. (2007), «Le misure alternative alla detenzione tra reinserimento sociale e abbattimento della recidiva», in Rassegna penitenziaria e criminologica, Ministero della Giustizia, n. 2, http://www.rassegnapenitenziaria.it/cop/4825.pdf Leonardi F. (2009), «Tossicodipendenza e alternative alla detenzione: il rischio di recidiva tra gli affidati in prova al servizio sociale », in Rassegna penitenziaria e criminologica, Ministero della Giustizia, n. 1, http://www.rassegnapenitenziaria.it/cop/665101.pdf
Inserimento, reimpatto o recidivaL’esito del percorso di affidamento in prova al servizio sociale di A. Decataldo, L. Di Giammaria e B. Sonzogni L’intervento darà conto, dal punto di vista sostantivo, dei risultati emersi dal complessivo programma di ricerca condotto dal Dipartimento di Ricerca sociale e Metodologia sociologica “G. Statera” della Sapienza Università di Roma per conto del Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria del Lazio. La ricerca è stata progettata con l’obiettivo di evidenziare:
Per raggiungere tali obiettivi cognitivi si è fatto ricorso a tre filoni d’indagine. Il primo e principale di essi è consistito nella rilevazione e nell’analisi di dati tratti da un campione di fascicoli relativi ai destinatari degli interventi di servizio sociale. Le informazioni relative al percorso penale, frequentemente non completamente ricostruibili attraverso la lettura del fascicolo, sono state arricchite attraverso la consultazione delle banche dati del Ministero della Giustizia Sidet e Amica. Inoltre, è stata condotta un’ulteriore rilevazione sui certificati penali prodotti dal Casellario giudiziale con riferimento ai soggetti reimpattati con il sistema penale dopo l’esperienza di affidamento in analisi. Si è quindi condotta un’indagine longitudinale finalizzata ad individuare se dal momento dell’archiviazione del fascicolo fino ad aprile 2009 i casi analizzati avessero commesso nuovi reati. Un’ulteriore sessione di indagine è stata progettata al fine di indagare in profondità il processo di inclusione sociale eventualmente scaturito dall’esperienza dell’affidamento in prova. A tal fine si è deciso di indagare l’esperienza di un piccolo numero di ex-affidati (dei quali si è nella fase precedente analizzato il fascicolo) con l’ausilio della tecnica dell’intervista in profondità. Infine, un’ultima sessione di indagine è stata progettata al fine di esplorare la valutazione degli assistenti sociali in merito all’istituto giuridico dell’affidamento in prova con l’ausilio della tecnica del focus group. Nel considerare l’esito di lungo termine del percorso di affidamento in prova sono stati presi in considerazione i numerosi fattori e, soprattutto, si è cercato di sottolineare la differenza fra il reimpatto e la recidiva sia dal punto di vista del numero di soggetti coinvolti sia dal punto di vista del significato che il diverso tipo di esperienza può assumere nella vita dell’ex affidato. Si è cercato, infine, di evidenziare quali siano i fattori in grado di attivare processi di inclusione sociale e di garantire la sua durata nel tempo.
Misure alternative, carcere e ricerca socialeProf. Enzo Campelli A partire dall’indagine “il fenomeno del reinserimento sociale e delle recidiva dei soggetti in esecuzione penale esterna con particolare riferimento ai tossicodipendenti” – realizzata nel 2009 su incarico del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia - la relazione tenderà a proporre una riflessione sistematica sulle diverse forme di contributo che la ricerca sociale può offrire al problema complesso della gestione dell’affidamento in prova al servizio sociale. Alcune di tali forme sono note e ampiamente discusse. Essa spaziano dagli studi empirici sulla condizione carceraria o su singoli aspetti di essa, alle ricerche di contesto circa la capacità del territorio a costituirsi effettivamente come luogo di re-inclusione, alle attività di valutazione ex post di progetti o singole iniziative. In tutti questi casi, la valenza più significativa di simili applicazioni è costituita dalla determinazione a costituire una solida base di conoscenze empiriche fondate, e quindi a favorire un orientamento data-orientend in un settore – come il carcere - spesso esplorato e discusso dal punto di vista di previe opzioni di natura politico-culturale, quando non espressamente interpretato in termini ideologici, sensazionalistici o emotivi. Produrre materiale empirico attendibile e metodologicamente corretto, a partire dal quale costruire e valutare proposte di intervento concreto è dunque, in ogni caso, il senso stesso dell’uso di strumenti di ricerca empirica, e sociologica in particolare. In questo contesto, una possibilità specifica e relativamente poco tematizzata - almeno in questo settore di studi – è data dalla rilevazione sistematica, su ampie unità territoriali, delle “buone pratiche” in grado di agevolare concretamente il processo di re-inserimento delle persone in esecuzione penale esterna.. L’indagine volta alla messa in luce delle “buone pratiche” mira all’individuazione di elementi di ordine operativo che possano essere considerati esempi positivi da generalizzare in riferimento ad altre esperienze dello stesso genere. Più precisamente si intende per “buona pratica” un’azione che, sperimentata positivamente, risulti significativa in termini di innovatività, efficacia nel raggiungimento di certi obiettivi strategici (coerenza del risultato rispetto agli obiettivi), efficienza interna (buona relazione mezzi-fini), innalzamento della qualità, sostenibilità nel tempo, riproducibilità e trasferibilità ad altri contesti. È plausibile ritenere che la rilevazione e la generalizzazione di “buone pratiche” efficaci, riproducibili e trasferibili, possa giocare un ruolo di rilievo precisamente in un contesto di azione, come quello dell’affidamento in prova di persone tossicodipendenti, caratterizzato dal fatto che l’interazione cruciale di molteplici istituzioni, responsabilità ed istanze organizzative – penali, giudiziarie, territoriali vi riveste un ruolo assolutamente strategico e determinante ai fini del risultato. La ricerca e la generalizzazione delle “buone pratiche”, inoltre, presenta l’ulteriore opportunità di includere nel bilancio complessivo di una ulteriore variabile decisiva ai fini delle re-inclusione, vale a dire di quel complesso nucleo di atteggiamenti – di diffidenza, resistenza e talvolta ostilità ma anche di possibile solidarietà – che orienta il comportamento concreto degli attori sociali “terzi” (né rappresentanti delle istituzioni né persone in affidamento): cornice spesso non abbastanza esplorata in cui l’azione di re-inclusione concretamente si svolge, e misura le proprie possibilità di successo o insuccesso.
Risocializzazione nel modello postindustrialePio Marconi Ordinario di Sociologia del Diritto. Università di Roma Sapienza
2.La ricerca che in questo convegno si presenta segnala un dato meritevole di attenzione. Il fenomeno della recidiva subisce una netta riduzione quando il condannato in sostituzione della pena detentiva o nella fase finale di essa sia stato affidato al servizio sociale. L’affidamento in prova, il contatto con operatori specializzati appare, da una ricerca condotta con una pluralità di tecniche (dal rilevamento sui documenti, all’intervista, al focus group), come uno strumento capace di garantire apprezzabili livelli di risocializzazione. 3. I dati non consentono di dipingere un quadro trionfalistico. L’affidamento in prova al servizio sociale non fa da sbarramento totale ad un reingresso nelle attività criminale. Va tuttavia osservato che una attività orientata alla educazione, al reinserimento nella vita civile e lavorativa riduce nettamente il fenomeno della recidiva. 4. Le politiche della sicurezza sono condizionate oggi da valutazioni di bilancio pubblico. Nella crisi fiscale dello Stato e nella ridefinizione degli scopi della spesa pubblica ci si interroga sulla urgenza di politiche di repressine/prevenzione del delitto ma anche sulla onerosità di esse e sulla compatibilità con scelte di rigore nella erogazione statale. In proposito i dati della ricerca meritano attenzione e meritano alcune valutazioni di costi/benefici. Una politica di prevenzione/repressione fondata sul ricorso diffuso alla detenzione è fortemente onerosa e dotata di debole o debolissima efficacia in termini di riduzione del crimine. Viceversa una strategia mirata al reinserimento (con l’utilizzo di uno strumentario sociale ed educativo) appare sicuramente meno onerosa e portatrice di effetti benefici in termini di sicurezza della collettività. 5. Dalla ricerca emerge un dato ulteriore. La misurazione del fenomeno della recidiva è oggi falsata da fattori di tipo organizzativo. Dall’analisi del documenti (ma anche dalle interviste) risulta che una parte dei reingressi in carcere non è il prodotto di una attività trasgressiva avvenuta dopo la fine della detenzione. Il reingresso è frequentemente la conseguenza di una condanna definitiva relativa a fatti precedenti la detenzione e precedenti anche gli episodi che hanno portato alla detenzione. 6. La questione dei tempi della giustizia appare, dai dati della ricerca, centrale nella applicazione dei principi disposti dall’articolo 27 della costituzione. Il principio secondo il quale la sanzione deve essere orientata alla risocializzazione è stravolto da un sistema penale che favorisce una troppo lenta definizione dei procedimenti e una giustizia che si trascina nel tempo quasi senza limiti. 7. Nel dibattiti apertosi in relazione a progetti di riduzione dei tempi della giustizia penale si evocano a volte questioni di costituzionalità. Uno sbarramento dei tempi configgerebbe con l’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale e con il principio stesso della divisione dei poteri. Si giunge anche a ipotizzare che un accorciamento dei tempi del giudizio penale reintrodurrebbe una amnistia, istituto cancellato dalla Carta Costituzionale. Nelle discussioni sulla legittimità di una accelerazione del processo penale non si riflette tuttavia sulla irrazionalità di un sistema che vanifica il principio della risocializzai zone scolpito nell’articolo 27 della Carta Costituzionale. 8. Dalla ricerca emerge anche come le politiche di risocializzazione meritino un forte ripensamento. Esse sono state formulate in presenza di un contesto sociale oggi radicalmente modificato. La risocializazione, nella riforma del 1975 ma anche in alcune misure successive, è vista come inserimento in un mercato del lavoro e in un sistema di relazioni sociali e produttive ormai superato. 9. La risocializzazione nel modello del 1975 (e nella prevalentemente letteratura sulla prevenzione) è strettamente legata alla produzione di tipo fordiano. In quel modello una persona viene considerata sicuramente socializzata nel momento in cui fa ingresso nel mercato del lavoro e soprattutto nel momento in cui entra in un ambiente destinato alla grande produzione organizzata. 10. . La fabbrica fordiana, l’organizzazione scientifica del lavoro, la diffusione del lavoro dipendente, la centralità della grande struttura produttiva (dotata di una severa disciplina) hanno avuto significativi effetti in termini di controllo sociale e di diffusione dell’ordine. Alle origini della scienza sociale lo rilevavano sia Auguste Comte sia Marx che leggeva nei meccanismi produttivi un silenzioso elemento di costrizione. La disciplina di fabbrica, l'orario di lavoro, il tempo del lavoro, svolgono agli albori dell’industrializzazione una funzione di ordine. Marx, riprendendo Fourier, si domanda se la fabbrica non debba essere considerata anche come un luogo di reclusione: "ha torto Fourier a chiamare le fabbriche ergastoli mitigati?". 11. Oggi non è possibile ipotizzare la risocializzazione in termini di ingreso nel lavoro di fabbrica o del lavoro dipendente. La società postindustriale, descritta da Rifkin come la società della fine del lavoro si caratterizza per la pluralità delle forme lavorative e per la discontinuità di esse. Non si può più ricorrere al modello rassicurante secondo il quale la socializzazione coincide con la collocazione in un ambiente certo per un tempo certo. Al lavoro si sono sostituiti i lavori. Alla continuità ha fatto seguito la discontinuità. 12. Una nuova concezione della risocializzazione deve tener conto di questa realtà. Di un mercato del lavoro che funzione in modo discontinuo e che richiede un carico sempre maggiore di competenze, di capacità, di cognizioni. Il modello della risocializzazione attraverso misure di affidamento in prova appare certo efficace dai dati della ricerca. Ma appare anche bisognevole di una radicale revisione. Si tratta di arricchire le tecniche della risocializzazione con specifiche/innovative attività di formazione. Si tratta di ridefinire i ruoli e le responsabilità della diverse autorità alle quali è affidata la definizione, la gestione e la valutazione dell’itinerario della risocializzazione.
“Il fenomeno del reinserimento sociale e della recidiva dei soggetti in esecuzione penale esterna con particolare riferimento ai tossicodipendenti”I risultati della ricerca La ricerca sul fenomeno del reinserimento sociale e della recidiva nei soggetti affidati agli Uffici dell'Esecuzione Penale Esterna (U.E.P.E.) del Lazio ha cercato di mettere in luce i seguenti aspetti: • gli effetti dell’intervento del Servizio Sociale degli U.E.P.E. nel favorire una condotta di vita distante dalla variabile criminale; • gli effetti dell’intervento sociale nel completamento di un processo di socializzazione in una società in trasformazione; • la durata nel tempo degli eventuali effetti di inclusione sociale; • la corrispondenza del servizio prestato alle caratteristiche dei destinatari; • l’efficacia dell’affidamento in prova, in quanto modalità di espiazione della misura “alternativa” alla detenzione in carcere secondo un modello penale riabilitativo. La recidiva, intesa come presenza di una condanna definitiva per commissione di un nuovo reato dopo la conclusione dell’affidamento, è risultata essere del 14,6% . Più specificamente è stato rilevato che la recidiva interessa persone che hanno fruito: • dell’affidamento in casi particolari dalla libertà : 16.7% • dell’affidamento in casi particolari dalla detenzione : 29,1% • dell’affidamento dalla libertà : 8.5% • dell’affidamento dalla detenzione : 8.5% Inoltre, dall’analisi dei risultati della ricerca emerge che: • L' affidamento risulta meno efficace se è un semplice “evitamento” del carcere da parte della persona condannata • Per la prevenzione della recidiva sono risultate molto significative le esperienze di responsabilizzazione delle persone condannate (lavoro, percorsi terapeutici, ecc.), esperienze facilitate e sostenute da relazioni di fiducia fra il trasgressore e il sistema penale, nella interfaccia costituita dagli operatori. • L'inserimento lavorativo è una dimensione molto importante per il successo dell'affidamento in termini di prevenzione della recidiva. • Risulta confermata l' importanza delle famiglie e delle reti informali nell’efficacia dell’affidamento e nella prevenzione della recidiva. • E' necessario poter contare sull'individualizzazione delle prescrizioni e delle limitazioni alla libertà per non ostacolare il reinserimento. • Le tossicodipendenze si confermano fattore critico ; sono da affrontare in collaborazione con Sert, e con Comunità terapeutiche che abbiano un rapporto di garanzia con il servizio pubblico territoriale . • E' necessario che le risorse economiche per il reinserimento degli affidati siano congrue e a flusso costante , gestite con competenza e orientate verso sinergie di più soggetti erogatori . • Sono necessarie risorse umane (con attenzione al rapporto numerico operatori/utenti) e risorse strumentali, che permettano il “lavoro di prossimità”, indispensabile soprattutto nei contesti più problematici e complessi. • Infine, si segnala la rilevanza (35%) del fenomeno del reimpatto , inteso come nuovo ingresso in carcere per conseguenza di carichi pendenti (reati commessi prima dell’affidamento), durante o dopo un percorso di reinserimento già avviato . Si rileva quanto la lentezza della giustizia sia di ostacolo al reinserimento. |